Filosofia

Sono Angelo Ferrio e vorrei raccontarvi in poche righe una vicenda familiare comune a tante altre, eppure unica come lo sono tutte le storie. Vivo e produco vino nel Roero, un territorio di erte colline comprese tra la pianura di Torino e il Tanaro. Nei paesi del Roero – e in particolare nel mio, Canale – l'agricoltura riveste da sempre un ruolo economico e culturale importante. Parlo di agricoltura, non solo di vite o di vino, perché per molti anni tra queste valli è prevalso un regime misto dove la frutticoltura la faceva da padrone. Era anzi difficile, per non dire impossibile, trovare una cantina nel senso moderno del termine.

La mia famiglia non faceva eccezione. Avevamo la vigna, certamente, ma anche le pesche, le albicocche e gli immancabili animali da cortile. In realtà qualcosa di peculiare la mia famiglia ce l'aveva: anche nell'epoca in cui la maggior parte dei contadini vendeva uva ai commercianti, noi facevamo già il nostro vino per una piccola, affezionata clientela di privati che arrivava – specialmente nei fine settimana e per lo più dalla città – ai piedi della collina dove sorgeva e sorge la grande "cascina rossa" acquistata con grandi sacrifici da mio padre Alfonso. Le cose cambiarono negli anni Ottanta e si consolidarono nel decennio successivo. Un nuovo vento soffiava sulle colline, portando novità e desiderio di riscatto. Volli provare a far parte di questo cambiamento e alla fine ci riuscii, ma non fu facile – né per me, né per altri – superare uno scoglio generazionale fortemente ancorato alla tradizione. Come dare torto ai nostri vecchi? Come biasimare mio padre? Quando vide la prima barrique si scandalizzò, ma il suo era uno scandalo "romantico", per così dire: perché in quella botticella anonima non ci vedeva nulla di particolare; non ci trovava lo stesso senso di sicurezza che gli davano le "botti grandi". In fondo io come reagirei se tra trent'anni mio figlio mi mostrasse il nostro vino invecchiato, ad esempio, in una ciottola? E gli esempi di incomprensioni potrebbero continuare: basti pensare al dilemma damigiana-bottiglia, o al "sacrilegio" dei diradamenti. Ma di quella generazione io ricordo soprattutto altro, come l'attaccamento alla terra che i padri ci hanno trasmesso, consentendo anche a me di essere ciò che sono oggi.

Gli inizi, comunque, furono avventurosi. Chi – come me – non aveva ancora la cantina vera e propria, chiedeva aiuto a chi era partito prima ed era più attrezzato. C'era molta solidarietà, perché sapevamo tutti che l'obiettivo non doveva essere il successo del singolo, ma del territorio. Anche oggi mi piace condividere saperi e conoscenze con i produttori più giovani che vogliono iniziare questo mestiere. Tra gli amici di quel tempo ne ricordo uno: Matteo Correggia, il maestro carismatico che insegnò a tanti di noi a credere in se stessi. A lui devo molto.

Gli anni sono corsi in fretta. Di strada se n'è fatta tanta e la mia azienda è cresciuta, pur rimanendo a misura d'uomo. Il giusto numero di ettari di vigneto specializzato (13) e un giusto dimensionamento di bottiglie (70.000 circa) mi permettono di portare avanti una sfida nuova: il biologico. A chi spesso mi chiede "perché?", io rispondo sempre, un po' divertito, "perché no?". La campagna è stata nutrita e protetta con rame e zolfo per decenni, non vedo la ragione per fare diversamente oggi. Quanta chimica ha appestato la nostra terra! Ora è tempo di tornare a un rapporto più equilibrato con la natura. Quella stessa natura che io sono fortunato ad avere ogni giorno sotto gli occhi, soprattutto quando mi fermo tra i filari, la stanchezza si fa sentire eppure l'armonia che mi circonda sa gratificarmi e far passare in secondo piano le tensioni del lavoro. Noi produttori dobbiamo sempre stare all'erta per le piogge di primavera che insistono sulla fioritura, per le temibili grandinate estive, i ritardi nella fermentazione in cantina, perfino per il tappo che rovina sul più bello un cammino così complesso. Chi ci pensa mai, che fare il vino è mettere in sequenza perfetta una serie di varibili su cui noi essere umani abbiamo, in fondo, così poco da dire?

Eppure questo è il mio mestiere, lo stesso che mi ha permesso di girare il mondo quando pensavo che non sarei mai uscito da Canale; lo stesso che ora sto trasmettendo a mio figlio Stefano. In campagna si spera sempre che un figlio si fermi in azienda. Del resto la vite migliore è quella che ha radici più profonde, e lo stesso accade con una famiglia. Per me, che ho ereditato una storia fatta di terra e radici, non c'è nulla di più emozionante del sapere che questo racconto non è finito. Io credo anzi che il capitolo più avvincente deve ancora essere scritto.

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