Multiforme Roero

Roero non esiste in lingua piemontese.
Esistono I Roeri (I Roé), un multiforme mosaico, fatto di tasselli grandi quanto una collina o un singolo versante: cocuzzoli coltivati a nocciolo o a frutteto, ripidi pendii, boschi intatti, orti domestici grandi come fazzoletti, ordinate e regolari vigne di Nebbiolo, Barbera, Arneis, Favorita, Brachetto dal Grappolo Lungo. E poi, le Rocche. Frutto di una gigantesca alluvione primordiale, le Rocche sono quella profonda frattura, fatta di baratri vertiginosi, che corre da Bra a Montà, lungo una linea di circa dodici chilometri. Una ferita geologica che rivela la struttura di queste terre: porzioni argillose, sabbie giallo-ocra e marne grigie isolate si succedono in un complesso di strati che il mare preistorico, in milioni di anni, ha depositato prima di ritirarsi.

Si capisce allora che il grande tesoro del Roero è proprio la varietà, l’energia esplosiva del suo paesaggio che si rispecchia nei suoi abitanti: vivi, briosi e aperti come la loro terra. Tanto la Langa è imponente, maestosa e consapevole della propria storia, quanto il Roero è curioso, estroverso, pronto ad accogliere il forestiero come un fratello che torna a casa. Profondamente legati a questo territorio, adagiato alla sinistra del fiume Tanaro – tra la pianura di Alba e l’altopiano di Torino – gli uomini del Roero hanno negli occhi la varietà di queste colline e sanno trasformarla in vini dall’eccezionale ricchezza di sfumature. In queste vigne, che regalano capolavori irripetibili, non troverete niente di omologato. Non esiste lo standard Roero: ogni bric, ogni versante segna per sempre il carattere del vino che se ne ricava. Con buona pace di chi ha il gusto impigrito da vini internazionali, qui due figli del Nebbiolo o della Barbera possono essere tanto diversi tra loro da disorientare. Nulla di drammatico: è il terroir che la geologia, la storia e gli uomini hanno regalato a questo sorprendente angolo di Piemonte.